I disastri della domenica, mostra di Michèle-Provost

Casa Manno per il contemporaneo presenta “I disastri della domenica” di Michèle-Provost, a cura di Mariolina Cosseddu. L’inaugurazione della mostra temporanea si terrà domenica 4 giugno con inizio alle ore 19.00.

“Michèle Provost ricama storie, cuce racconti che sembrano dipinti e si confronta in una divertita sfida con gli originali: le copertine illustrate della “Domenica del Corriere”. Con punti regolari e insistiti come tocchi di colore frementi ed esagerati, Michèle Provost procede nel lavoro con una certezza: l’arte del ricamo è sapere antico riformulato nel piacere di un’estetica contemporanea. In realtà il suo lavoro ha sempre il sapore di un’inchiesta, una perquisizione nel passato che allunga la sua ombra nel presente. Con “I disastri della Domenica” ci consegna il gusto di un’epoca, quella di un’Italia postbellica e già proiettata verso il consumistico benessere, così lontana e dimenticata da apparire arcaica se non fosse che, al contrario, svela la sua sorprendente attualità. Per capirne di più cominciamo da un fatto di cronaca che la riguarda: Michèle Provost è artista canadese che ama l’Italia, la nostra isola e pure Alghero. Durante i suoi soggiorni italiani scopre, per caso, una ormai vetusta e gloriosa rivista di fotoromanzi, Grand Hotel, e non riesce a sottrarsi al fascino di quella grafica, all’elegante e compassato arcaismo di quelle vicende romanzate, alimento di una piccola borghesia in cerca di emozioni. Comincia il suo lavoro di indagine, estetica, sociale, culturale ( che ha dato vita, nel 2015, ad una mostra dal titolo “Grand Hotel”) e intanto si imbatte nella “Domenica del Corriere”. E’ un’altra folgorazione: in quelle copertine dai colori sfacciati e chiassosi, dall’impaginazione vorticosa e quasi surreale, dal disegno nitido ed elettrico, Michèle Provost scopre un lembo di esistenza gettata in pasto agli stupiti lettori assetati, ieri come oggi, di drammi da consumare in una manciata di giorni. D’altra parte l’appuntamento è fisso: la domenica si annuncia con una copertina irresistibilmente tragica, grottesca o miracolosa, che supera in ogni caso l’immaginazione e si trasforma in uno specchietto per allodole. Sensazionale la storia, assicurate le vendite, innescata la dipendenza. Il meccanismo di allora è lo stesso di oggi. Quelle copertine scatenate, spesso comiche loro malgrado, che mischiano dolore (vero) con ilari paradossi (visionari?) sono il paradigma di una società fortemente perbenista, fintamente pudica, attraversata da una vena di ipocrisia che il disegno sapiente del mitico Walter Molino dissimula nelle forme tornite di seducenti fanciulle preda di un brutto ceffo o nelle belle gambe di una giovane donna che salva un incustodito bambino da sicura catastrofe. Astuzie oggi innocue e ingenue, allora un azzardo, un incidente della bizzarra matita che si lascia sfuggire i seni traboccanti e le labbra gonfie di rossetto nella tragicità dell’accaduto. E’ su questa capacità di comunicazione che lavora l’immaginario di Michèle Provost, che si interroga su una società bipolare che rifugge il male e lo aborrisce mentre ne è morbosamente attratta. Di fatto, niente che non sappiamo già, abituati come siamo alla “retorica del dolore” che si infiltra subdolamente nella nostra vita domestica. Mai come oggi, o forse da ieri e più ancora oggi. Magari per distrarci da ben altri gravosi problemi e grandi tragedie che passano sulla nostra testa mentre i nostri occhi sono incollati alle miserie quotidiane. Il catalogo dell’umana disperazione è vario e ricco: camere da letto insanguinate, madri disperate che negano, bambini in fondo al pozzo, il mostro nella cucina di casa, i fidanzati diabolici, l’acido per risolvere amori falliti. Ogni giorno, più volte al giorno, martellante per mesi fino alla prossima diretta di inviati sul posto, nella villetta degli orrori ( ce n’è sempre una, da qualche parte) e telecamere costantemente in attività, anche in fondo al pozzo. Il meccanismo si ripete, questa volta con record di ascolti. In questo gioco di rimandi Michèle Provost costruisce la sua poetica, apparentemente sorpresa dalla intensità delle coincidenze, in realtà atterrita da tanto clamore che finisce per renderci sempre più vulnerabili, più esposti alle insidie quotidiane, preda di paure non sempre fondate. “Il demone della paura” abita tra noi, amplificato a dismisura dai media, su cui Zygmunt Bauman ci ha scritto persino un libro (Laterza, 2014).
E per attenuare l’ansia del presente l’artista intrattiene il visitatore della sua mostra con un gioco a quiz. In una serie di grandi didascalie racconta i fatti illustrati nei suoi ricami e invita lo spettatore a cercare la corrispondenza tra testo e immagine. Disinnesca così possibili angosce e allenta la tensione con un invito a leggere notizie più consolanti e serene nelle strisce ricamate, appese, isolate e marginali, nelle pareti adiacenti. A portata di mano, si inscrivono in un orizzonte vicino, attimi di vita vera, che passano sotto silenzio, cadono nel vuoto. Gioie da quattro soldi, il divano nuovo, un oggetto ritrovato, un anniversario felice, un ricordo inaspettato. Recuperate dall’archivio della memoria, la banalità delle frasi che non fanno notizia, sono una divertente scaramanzia per scongiurare quella che Marc Augè ha definito “una matassa indistinta e confusa di paure” perché “se nei secoli scorsi si aveva innanzitutto paura della morte, oggi si ha soprattutto paura della vita. La mostra è un omaggio a Francisco Goya, che delle paure è stato il maestro insuperato nella loro grottesca rappresentazione. Il ricamo, paziente e ordito lungo un anno di lavoro, è un eccellente dispositivo per scongiurare le paure”.  M. Cosseddu